Assenza di formazione del preposto non ne esclude la responsabilità - Cass. Pen., Sez. 4, 9 agosto 2022, n. 30800

Nell’intervento di questo mese si prende in considerazione l’infortunio sofferto da un lavoratore e consistente nell'amputazione del braccio, che avveniva durante la lavorazione del legno attraverso un macchinario.

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Durante i primi due gradi di giudizio, le Corti di merito affermavano la responsabilità penale del preposto, il quale aveva adibito il dipendente a mansioni differenti rispetto a quelle proprie del suo rapporto di lavoro.

Nonostante la doppia conforme di merito, l’imputato proponeva ricorso per Cassazione lamentando l’erronea applicazione di plurime norme del Testo Unico sulla Sicurezza.
In particolare, negava la propria qualità di preposto,sulla base del fatto di non avere ricevuto la necessaria formazione prevista dalla legge.

La Suprema Corte respingeva tale ricostruzione, argomentando come sintetizzato di seguito.
Innanzitutto, il ricorrente aveva ricevuto formale investitura nel ruolo di preposto, in quanto gli era stata consegnata una comunicazione dalla direzione aziendale, secondo cui le sue mansioni consistevano in quelle di controllore di produzione.

I giudici della Cassazione stabiliscono poi, in merito all’assenza di adeguata formazione:

<<...Il fatto che ............ non avesse seguito il corso di formazione e aggiornamento previsto ex lege non esclude la sua responsabilità: a prescindere dalla sua investitura formale, egli di fatto svolgeva le mansioni di preposto, dirigendo il personale; pertanto, il rilievo non può essere ragione di esonero da responsabilità (cfr. Sez. 4 n. 24136 del 06/05/2016, Rv. 266854 - 01: "In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, le responsabilità del dirigente e del preposto non trovano la propria origine necessariamente nel conferimento di una delega da parte del datore di lavoro, potendo derivare, comunque, dall'investitura formale o dall'esercizio di fatto delle funzioni tipiche delle diverse figure di garanti"...>>.

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Quindi, non risulta necessario, al fine del riconoscimento della posizione di garanzia, avere ricevuto la prescritta formazione (anche in difetto di investitura formale), bensì è sufficiente l’esercizio, a seguito di formale attribuzione o meno, dei compiti e delle funzioni della rilevante figura prevenzionistica, in questo caso il preposto.
Conseguentemente, l’assenza di formazione non può essere utilizzata dall’imputato (sia esso preposto di diritto o di fatto), come motivo di esclusione delle proprie responsabilità in materia prevenzionistica, perlomeno per quanto riguarda la sussistenza della posizione di garanzia.

Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione rigettava il ricorso.


interesse o vantaggio - Cass. Pen., Sez. III, n. 21034, 30 maggio 2022

La Corte di Cassazione, con la sentenza sopra indicata, è tornata ad esaminare il concetto di “interesse o vantaggio per l’ente” in relazione al compimento di reati ambientali da parte dei soggetti apicali.

Nel caso di specie, la Cassazione ha respinto il ricorso presentato da una società avverso la sentenza del Tribunale di Rimini, che l’aveva condannata per il reato di “Scarichi di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose”, fattispecie prevista all’art. 137, commi 1 e 2, del D.lgs. 152/2006.

In particolare, la società aveva aperto uno scarico che disperdeva in un fiume reflui industriali contenenti molteplici sostanze chimiche pericolose, senza tuttavia avere richiesto e ottenuto la necessaria autorizzazione ambientale.

Secondo i giudici di merito, il fatto era stato commesso dal legale rappresentante nell’interesse della società, in quanto l’apertura e il mantenimento dello scarico aveva consentito alla stessa di smaltire i propri rifiuti nell’ambiente, in pieno contrasto con le regole previste dalla normativa vigente.

La società, inoltre, non aveva adottato un Modello di organizzazione, gestione e controllo, ai sensi del D.Lgs. 231/2001, idoneo a prevenire i reati contestati.

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La società, impugnando la sentenza di condanna, aveva rilevato la errata applicazione dell’art. 137, D.Lgs. 152/2006 e la mancanza di motivazione circa l’interesse dell’ente rispetto alla condotta addebitata all’imputato, evidenziando come il Tribunale avesse omesso di considerare l’occasionalità della condotta rilevante (stante l’unicità dell’episodio di sversamento contestato) nonché la mancanza di vantaggio economico in capo all’ente.

 

Nonostante l’occasionalità della condotta, la Suprema Corte, nel rigettare il ricorso della società, ha confermato la condanna inflitta dai giudici di prime cure, sottolineando come debba considerarsi posta in essere nell’interesse o a vantaggio dell’ente anche la condotta che, come nel caso in esame, costituisca attuazione di scelte organizzative o gestionali inadeguate e finalizzate a sostenere i soli costi dalle stesse derivanti.

Detta condotta, benché non implichi un risparmio di spesa, deve ritenersi realizzata nell’interesse dell’ente in quanto espressione di una politica imprenditoriale totalmente inadeguata.

In altri termini, la responsabilità per l’ente ex art. 25-undecies D.lgs. 231/2001 è stata affermata dalla Corte sul presupposto che l’apertura e il mantenimento dello scarico oggetto di contestazione aveva consentito all’ente di recapitare i propri reflui senza predisporre i necessari accorgimenti per raccoglierli e smaltirli secondo la disciplina vigente, quindi ottenendo un risparmio di costi.

 

Nel dettaglio, i giudici di legittimità hanno rammentato che in tema di verifica in concreto dell’interesse e vantaggio derivato all’ente dalla commissione del reato la “effettiva e potenziale utilità, ancorché di natura economica, dalla commissione del reato, sono valutabili anche in termini di risparmio di costi, tanto che si deve ritenere posta nell'interesse dell'ente, e dunque forte di responsabilità amministrativa, anche quella condotta che, come nel caso in esame, attui le scelte organizzative o gestionali dell'ente da considerare inadeguate, con la conseguenza che la condotta, anche se non implica direttamente o indirettamente un risparmio di spesa, se è coerente con la politica imprenditoriale di cui tali scelte sono espressione e alla cui attuazione contribuisce, è da considerare realizzata nell'interesse dell'ente".

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La sentenza in commento consolida quindi l’orientamento secondo cui l’interesse o il vantaggio per l’ente sono valutabili anche in termini di risparmio di costi; occorrerà semplicemente accertare che la condotta illecita sia espressione di scelte organizzative e gestionali che mirano ad evitare i costi che graverebbero sull’impresa se l’attività di quest’ultima fosse svolta nel pieno rispetto della normativa vigente


Il Datore di lavoro come utilizzatore e non creatore di sapere cautelare

La sentenza (Cass. Pen., Sez. IV, 15 luglio 2022 -ud. 13.4.2022-, n. 27583) che vi segnaliamo è di speciale interesse, per i Datori di lavoro.

 

La Corte era presieduta dal Dr. Salvatore Dovere (anche estensore della motivazione), magistrato particolarmente esperto in materia di sicurezza del lavoro; il giudice è stato relatore avanti alla Suprema Corte del processo per il disastro ferroviario di Viareggio del 29.6.2009 (sentenza 32899/2021, citata nella motivazione della decisione che oggi vi proponiamo).

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La Corte accoglie i ricorsi e annulla la sentenza di secondo grado, che aveva confermato la condanna di CR (AD e Datore di Lavoro) e PS (Delegato alla sicurezza, ex art. 16 D.Lgs 81/08), ritenuti colpevoli della morte del dipendente AM, occorsa durante il collaudo in acqua di un mezzo anfibio, destinato alla pulizia delle acque interne.

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Di Seguito, vediamo alcuni importanti principi, ma consigliamo una lettura lenta e meditata della sentenza, a tutti gli 'addetti ai lavori'.

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A)Paragrafo 1.4 (pag. 7) Il datore di lavoro ed il limite della conoscibilità

E’ molto frequente, da parte del PM e del Giudice, un grave errore logico-giuridico: la condotta colposa omessa, oggetto della ritenuta responsabilità penale, è, invece, la misura cautelare (concretamente impeditiva dell’infortunio) desunta dalla a tutti agevole regola cautelare ex post, secondo un modello logico ricostruttivo e non predittivo.

Questo scrive la Suprema Corte:

‘...il datore di lavoro, anche avvalendosi della consulenza del RSPP, ha l’obbligo giuridico di analizzare ed individuare tutti i fattori di rischio concretamente presenti all’interno della azienda “secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica”…?.

Ma cosa vuol dire, quindi, questa ultima espressione della sentenza ?

Spiega la Cassazione per il datore di lavoro:

‘…In altri termini, pur essendo colui che ha…la conoscenza dell’intera organizzazione per la produzione, perché ne è l’autore ed il dominus, il singolo datore di lavoro rimane un utilizzatore e non un creatore di sapere cautelare…’.

Attenzione all’espressione: ‘utilizzatore…,non creatore’ !

Insomma: ‘…l’obbligo di valutazione dei rischi ha quale termine i rischi che al tempo erano riconoscibili…l’accertamento processuale deve necessariamente estendersi all’acquisizione di prove in merito alla stato della scienza, della tecnica e della esperienza al tempo della valutazione dei rischi…per identificare quali fossero riconoscibili nel caso concreto (e quali misure fossero individuabili come atte a fronteggiarli)…’.

Diversamente, il giudice rischia di sbagliare:

‘’…In assenza di un simile approfondimento probatorio è particolarmente elevato il rischio che il giudice elabori la regola cautelare dalla dinamica causale in concreto verificatasi. Formandosi, in tal modo, un convincimento viziato, perché fondato sul confondimento tra la regola atta ad evitare l’evento, identificabile dal tipico punto di vista causale, ovvero ex post, con quella doverosa, che va individuata ponendosi nella condizione ex ante…’.

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B)Paragrafo 2.2 (pag. 9)

Distinzione tra Valutazione dei rischi ed elaborazione del Documento di valutazione 

Il punto in questione era l’aggiornamento del DVR, omesso dal datore di lavoro, secondo i giudici di merito.

A parere della Cassazione '…E’ manifestamente illogica l’affermazione della Corte di Appello…Un vizio motivazionale che in realtà trae origine da una erronea interpretazione della legge, la quale distingue tra valutazione dei rischi come attività di analisi, di giudizio e di disposizione e la elaborazione del documento che la rende estensibile (come è dimostrato dalla indelegabilità della prima ma non della seconda...) In altri termini, il fatto che il documento non sia stato aggiornato non significa necessariamente che la valutazione non sia stata eseguita…’.

Per completezza si precisa che l’assunto di questa sentenza è stato fortemente criticato da autorevole autore (cfr. Raffaele Guariniello, IPSOA Quotidiano (on line), 30 luglio 2022, ‘Documento di valutazione dei rischi. E’ un obbligo delegabile del datore di lavoro ?').

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C)Paragrafo 2.3 (pag.9)

L’obbligo di valutazione dei rischi (sanzionato ex art 55, Dlgs 81/08) rappresenta una norma precautelare, un obbligo avente natura procedurale.

L’omissione della valutazione dei rischi non è quasi mai, ex sé, eziologica rispetto all’evento (lesioni/morte). 

Solo la regola cautelare individuata (in esito a tale valutazione) potrà esser rilevante nell’accertamento penale:

‘…Causa dell’evento è la mancata protezione dell’organo in movimento di un macchinario cui venga adibito un lavoratore…Non lo è, sul piano giuridico, la omissione della valutazione, che avrebbe consentito di individuare le concrete misure da adottare…non è l’omessa valutazione l’antecedente causale al quale guardare ed il giudice non può in nessun caso sottrarsi al dovere di enunciare la specifica misura che, alla stregua della scienza, della tecnica e del sapere esperenziale consolidatosi, sarebbe stata doverosa e che, adottata, avrebbe evitato il verificarsi dell’evento tipico…’.


ESIGIBILITA' DEL COMPORTAMENTO DOVUTO - Cass. Pen., Sez. IV, 20 giugno 2022, n. 22628

Questo mese si prende in esame la sentenza (Cass. Pen., Sez. IV, 20 giugno 2022, n. 22628) con cui la Suprema Corte chiarisce il criterio della esigibilità in riferimento all'osservanza degli obblighi posti dalle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro.

FATTO

Sia in primo grado che in Appello l'imputato, nella sua qualità di Datore di Lavoro, viene ritenuto colpevole del reato di lesioni colpose gravi (art. 590 c.p.), commesse con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, per non aver messo a disposizione idonei dispositivi di protezione dai rischi da taglio in violazione dell'art. 18, comma 1 leI.d) d.lgs 81/08.

DIRITTO

L'imputato propone ricorso per Cassazione deducendo, tra l'altro, che la Corte di Appello lo aveva ritenuto colpevole per una sorta di responsabilità oggettiva, senza tener conto nel giudizio di rimproverabilità, di una importante circostanza: aver affidato la scelta dei DPI idonei ad una società specializzata in materia di sicurezza.

Il punto fondamentale è quindi l'effettiva rimproverabilità della condotta dell'imputato, sul piano soggettivo, ovvero il profilo della c.d. esigibilità.

La colpa ha infatti un versante oggettivo: la violazione della norma cautelare, ma ha anche un versante soggettivo: la possibilità dell'agente di osservare la regola cautelare (in poche parole l'esigibilità del comportamento dovuto).

La sentenza di Appello avrebbe dovuto, quindi, argomentare anche in ordine alla scelta del consulente, valutando se l'affidamento fosse stato effettuato tenendo conto della professionalità del consulente (in termini di esperienza e di specializzazione) e dell'ampiezza dell'incarico e la specificità dei DPI da individuare,... "onde poter dedurre la conoscenza o la conoscibilità di questi ultimi da parte del Datore di Lavoro".

Solo all'esito di una simile valutazione si può, infatti, muovere un giudizio di rimproverabilità al Datore di Lavoro.

La Corte ha dunque annullato la sentenza impugnata per aver omesso il giudice di merito ogni valutazione circa l'effettività della consulenza (ovvero la professionalità del consulente, la sua esperienza e specializzazione, l'ampiezza e la specificità dell'oggetto della consulenza), in modo tale da non poter muovere un giudizio di rimproverabilità soggettiva al datore di lavoro.


Responsabilità dell'ente e colpa di organizzazione

Cassazione penale sez. IV, 15/02/2022, n.18413

IN SINTESI:

I reati colposi ascrivibili agli amministratori della società, quali datori di lavoro, per la causazione di lesioni colpose ad una dipendente, aggravate dalla violazione di norme prevenzionistiche, non sono automaticamente addebitabili all'ente.

Invero, la "mancanza del modello organizzativo" da parte dell’Ente non costituisce un elemento tipico dell'illecito amministrativo, per la cui sussistenza occorre invece fornire positiva dimostrazione della sussistenza di una "colpa di organizzazione" aziendale.

Pertanto, il PM dovrà dimostrare che la mancanza del MOG 231 è causa del reato presupposto.

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LA PRONUNCIA

La Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 18413 del 15.2.2022, dep. 10.5.2022)  ha annullato la pronuncia della Corte di appello di Venezia (la quale aveva confermato la decisione di condanna del Tribunale di Vicenza), per aver ritenuto la società X responsabile dell’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 25-septies, comma 3 (lesioni colpose, commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro).

In particolare, la condanna era fondata su due considerazioni:

1. la mancata adozione di un modello organizzativo avente ad oggetto la sicurezza sul lavoro;

2. l’omessa nomina di un organo di vigilanza che verificasse con sistematicità e organicità la rispondenza delle macchine operatrici alle normative comunitarie in tema di sicurezza.

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Innanzitutto, la Suprema Corte ha dato conto che nella descrizione del capo d'accusa non emergesse con chiarezza un concreto profilo di responsabilità addebitato alla società, avuto riguardo all’interesse dell'ente, rapportato alla riscontrata assenza di un "modello organizzativo", la cui efficace adozione consente all'ente di non rispondere dell'illecito, ma la cui mancanza, di per sé, non può implicare un automatico addebito di responsabilità.

Nella lucida ricostruzione giuridica, la Suprema Corte ha dato conto che la responsabilità amministrativa degli enti, prevista dal D.lgs 231/2001, presuppone "la necessità che sussista la c.d. ‘colpa di organizzazione dell'ente, il non avere cioè predisposto un insieme di accorgimenti preventivi idonei ad evitare la commissione di reati del tipo di quello realizzato; (cosicché n.d.r.) il riscontro di un tale deficit organizzativo consente una piana e agevole imputazione all'ente dell'illecito penale realizzato nel suo ambito operativo.”


Omessa rielaborazione del DVR ed inefficacia della delega di funzioni (Cass., Pen., Sez.IV, 07/04/2022, n.13199)

Omessa rielaborazione del DVR

Inefficacia della delega di funzioni per genericità del contenuto ed inidoneità del delegato

(Cass., Pen., Sez.IV, 07/04/2022, n.13199)

Il caso concreto, oggetto della sentenza, riguarda l’infortunio occorso ad una lavoratrice, addetta alla ristorazione che, scivolando sul luogo di lavoro, soffriva la frattura dello scafoide carpale del polso, con un conseguente periodo di malattia di oltre cinque mesi.

Il Tribunale e la Corte d’Appello ritenevano colpevole il Datore di Lavoro della Società del reato di lesioni personali colpose, aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche.
In particolare, la colpa addebitata all’imputato (Vicepresidente ed Amministratore delegato della Società per cui lavorava la persona offesa) consisteva nell’aver mancato di operare una rielaborazione del documento di valutazione dei rischi.

Infatti, antecedentemente all’infortunio in esame, ne erano avvenuti altri due, nel medesimo luogo di lavoro e caratterizzati da identiche modalità di verificazione.

La Corte d’Appello riduceva la condanna stabilita in primo grado a due mesi di reclusione, pena sospesa.

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LA DECISIONE DELLA SUPREMA CORTE

Il Datore di Lavoro ricorreva in Cassazione impugnando la sentenza della Corte di Appello e presentando due motivi di impugnazione.

Con il primo di questi, si rilevava l’inconciliabilità tra la condanna nei confronti del ricorrente e la pronuncia irrevocabile del Tribunale di primo grado di assoluzione nei confronti del soggetto da quest’ultimo delegato alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori ex art. 16 D.Lgs. n. 81/08.

In tale sentenza veniva, in effetti, rilevata l’insufficienza della prova relativamente al rapporto causale tra la violazione della normativa prevenzionistica e le lesioni riportate dalla persona offesa.

Con il secondo motivo si lamentava, invece, la violazione degli artt. 16 e 30 del D.Lgs. n. 81/08, essendo stata valutata inefficace la Delega di Funzioni attribuita dal ricorrente, mediante procura speciale notarile.

La Corte di Cassazione riteneva il ricorso presentato dal Datore di lavoro infondato affermando, in merito al primo motivo di ricorso, la rilevanza causale, con riferimento all’infortunio concretamente verificatosi, della“...omessa rielaborazione del DVR dimostratosi in concreto inefficace, nonostante si fossero verificati già precedentemente due infortuni sul lavoro mediante modalità analoghe...”.

In effetti, l’art. 29 comma III del D.Lgs.n. 81/08, prevede che la valutazione dei rischi venga immediatamente sottoposta a rielaborazione in presenza di una serie di circostanze rilevanti, vale a dire“... in occasione di modifiche del processo produttivo o dell’organizzazione del lavoro significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione o della protezione o a seguito di infortuni significativi o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità...”.

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Per quanto concerne, invece, la seconda doglianza del ricorrente, i giudici di ultima istanza concordavano con la Corte di secondo grado, ed affermavano l’inefficacia della Delega di Funzioni attribuita dal Datore di lavoro per mancanza di specificità, relativamente ai requisiti di professionalità del delegato e di adeguata parcellizzazione.

Si legge in sentenza che il meccanismo della delega è "... da ritenersi inefficace in relazione al contenuto privo di specificità per quanto concerne i requisiti di professionalità del responsabile aziendale e di adeguata parcellizzazione, e comunque non applicabile alla redazione del DVR, dimostrava di essere insufficiente...".

Degno di riflessione appare, in particolare, il rilievo della Suprema Corte riguardo al contenuto della delega di funzioni, priva di adeguata parcellizzazione.

Per parcellizzazione, deve intendersi l’attribuzione dei compiti datoriali al Delegato, che al fine di evitare censure di genericità, deve dettagliatamente indicare i singoli obblighi prevenzionistici attribuiti al delegato e non, invece, trasferirgli la totalità dei doveri del Datore di Lavoro, con la sola esclusione di quelli indelegabili (redazione del DVR e nomina del RSPP), ex art. 17, D.Lgs. 81/08.
Il delegante potrebbe, poi, mantenere profili di responsabilità diretta in alcune materie della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori (ad esempio, con riferimento alla sorveglianza sanitaria o alla formazione).

Inoltre, l’atto di delega dovrà identificare l’ambito (vale a dire il processo lavorativo di riferimento e/o il luogo di lavoro) di efficacia della stessa, segnalando specificatamente quelle attività aziendali che restano in capo al Datore di Lavoro (ad esempio, l’attività svolta presso gli uffici amministrativi).

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Alla luce delle considerazioni sopra riportate, venivano rigettati entrambi i motivi di doglianza proposti dal ricorrente.


LEGGE N. 22/2022: REATI CONTRO IL PATRIMONIO CULTURALE E RESPONSABILITA' 231

Nuovi illeciti amministrativi (artt. 25 septiesdecies e 25 duodevicies D.lgs. 231/2001) sono oggi rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa degli enti a seguito della Legge 9 marzo 2022, n. 22 avente ad oggetto “Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”.

Il provvedimento in esame ha l’obiettivo di rafforzare gli strumenti di tutela del patrimonio culturale, con particolare riferimento ai beni mobili, attraverso l'introduzione di nuove fattispecie di reato, l'ampliamento dell'ambito di applicazione della confisca e, per quanto di interesse, con l'inserimento di alcuni delitti contro il patrimonio culturale tra i reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti di cui al d.lgs. 231/2001.

I nuovi illeciti amministrativi, entrati in vigore a partire dal 23 marzo 2022, prevedono:

Art. 25 septiesdecies (Delitti contro il patrimonio culturale)

  1. In relazione alla commissione del delitto previsto dall’art. 518 novies del CP, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 100 a 400 quote.
  2. In relazione alla commissione dei delitti previsti dagli artt. 518 ter, 518 decies e 518 undecies del cp, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 200 a 500 quote.
  3. In relazione alla commissione dei delitti previsti dagli artt. 518 duodecies e 518 quaterdecies cp, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 300 a 700 quote.
  4. In relazione alla commissione dei delitti previsti dagli artt. 518 bis, 518 quater e 518 octies cp, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 400 a 900 quote.

Nel caso di condanna per i delitti di cui ai commi da 1 a 4, si applicano all’ente le sanzioni interdittive previste dall’art. 9 comma 2, per una durata non superiore a due anni.

Art. 25 duodevicies (Riciclaggio di beni culturali e devastazione e saccheggio di beni culturali e paesaggistici).

  1. In relazione alla commissione dei delitti previsti dagli artt. 518 sexies e 518 terdecies cp, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 500 a 1000 quote;
  2. Se l’ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei delitti indicati al comma 1, si applica la sanzione dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività ai sensi dell’art. 16 c. 3.

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Per quanto di interesse, il nuovo illecito amministrativo di cui all’art. 25 septiesdecies D.lgs. 231/2001 (Delitti contro il patrimonio culturale) ha esteso la responsabilità delle persone giuridiche con riferimento ai seguenti articoli : 518 bis c.p. (furto di beni culturali); 518-ter c.p. (Appropriazione  indebita  di  beni culturali); 518-quater c.p. (Ricettazione di beni culturali); 518-octies c.p.  (Falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali) 518-novies c.p.  (Violazioni in materia di alienazione di beni culturali); 518-decies c.p.   (Importazione illecita di beni culturali); 518-undecies c.p. (Uscita o   esportazione   illecite di beni culturali); 518-duodecies c.p. (Distruzione, dispersione,  deterioramento, deturpamento, imbrattamento  e  uso  illecito  di  beni  culturali  o paesaggistici); 518-quaterdecies c.p.(Contraffazione di opere d'arte).

Nel caso di condanna per i delitti su elencati, oltre alla sanzione amministrativa pecuniaria, l’art. 25 septiesdecies D.lgs. 231/2001 prevede l’applicazione all’ente delle sanzioni interdittive per una durata non superiore a due anni.

Il nuovo illecito amministrativo di cui all’art. 25 duodevicies D.lgs. 231/2001 (Riciclaggio di beni culturali e devastazione e saccheggio di beni culturali e paesaggistici), invece, ha esteso la responsabilità delle persone giuridiche con riferimento ai seguenti articoli: 518-terdecies c.p. (Devastazione e saccheggio di beni culturali  e paesaggistici) e 518-sexies c.p. (Riciclaggio di beni  culturali).

Nel caso di condanna, oltre alla sanzione amministrativa pecuniaria, l’art. 25 duodevicies D.lgs. 231/2001 prevede che se l’ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei delitti
sopraindicati,  si applica la sanzione dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività.

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Si segnala, infine, che oltre ad ampliare il catalogo dei “reati presupposto 231”, la Legge 9 marzo 2022, n. 22 è intervenuta anche sull’art. 240 bis c.p. ampliando il novero dei delitti in relazione ai quali è consentita la c.d. confisca allargata, attraverso l'inserimento dei reati di ricettazione di beni culturali, di impiego di beni culturali provenienti da delitto, di riciclaggio e di autoriciclaggio di beni culturali.

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Le novità normative introdotte dalla legge in esame pongono, quindi, la necessità di valutare l’aggiornamento dei MOG adottati, per quanto concretamente necessario.

 


Cass. Pen., Sez. IV, n°3293 del 21/01/2022: posizione di garanzia e prevedibilità dell'evento.

Questo mese analizziamo la sentenza (Cass. Pen., Sez. IV, n°3293 del 21/01/2022), con cui la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità per un infortunio mortale, a danno di un terzo che collaborava durante una operazione di scarico merci: il Datore di Lavoro, titolare dell'impresa, per non aver adottato le misure di prevenzione in materia di sicurezza; il carrellista, preposto di fatto, per non aver osservato alcuna cautela durante la manovra.

ITER GIUDIZIARIO

Entrambi gli imputati hanno proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello che aveva confermato la condanna in primo grado.
In particolare, il titolare della ditta ha sostenuto che la Corte distrettuale non si fosse confrontata con il motivo di appello relativo alla sussistenza dei presidi di tutela per le operazioni di scarico presso il punto vendita e per la mancanza di una delimitazione dell'area di scarico e un divieto di avvicinamento alla stessa, pur non essendo tale circostanza suffragata da alcun elemento. Non sarebbe stata, inoltre, indicata la norma che imporrebbe la presenza di delimitazioni per lo scarico di merce in un negozio di ortofrutta al dettaglio ed era stata, peraltro, ignorata la sussistenza della limitazione per lo scarico autorizzata dal Comune.

Il titolare dell’esercizio ha contestato, altresì, la sussistenza del nesso causale tra le presunte violazioni e l'infortunio, essendo stato il muletto utilizzato secondo le prescrizioni previste dal manuale d'uso nell'ambito di un'area di scarico delimitata e segnalata.
Lo stesso ha ritenuto, inoltre, che la vittima avesse compiuto un gesto sconsiderato, entrando arbitrariamente nell'area delimitata per lo scarico.

L’operatore del carrello elevatore ha evidenziato, nel ricorso presentato, che la vittima era solita recarsi presso l'esercizio commerciale per aiutarlo, pur senza essere regolarmente assunto e ha sottolineato l'assenza da parte sua, di qualsiasi violazione di norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Le motivazioni addotte dai ricorrenti sono state ritenute dalla Corte di Cassazione manifestamente infondate, per cui la stessa ha dichiarato inammissibili i ricorsi.

In relazione al motivo di ricorso proposto dal titolare dell’azienda, la Sezione IV ha sottolineato che la Corte di Appello aveva correttamente evidenziato la naturale prevedibilità dell'evento e che era responsabilità degli imputati impedire che durante le operazioni altri soggetti potessero intervenire nell'area di scarico. Evidentemente imprudente e negligente era apparso, in particolare, il comportamento del manovratore del carrello che durante l'esecuzione delle operazioni di scarico doveva accertarsi dell'assenza di persone nell'area di manovra del muletto.

 

L'uso del carrello elevatore e lo scarico di merci andava effettuato, nel rispetto delle regole cautelari previste dal D. Lgs n. 81/2008, dirette alla tutela non solo dei lavoratori, ma anche di tutti coloro che possono entrare nello spazio di manovra.

Il riconoscimento della circostanza aggravante della violazione di norme antinfortunistiche, esula, del resto, dalla sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, atteso che le norme antinfortunistiche non sono dettate soltanto per la tutela dei lavoratori ma anche a tutela dei terzi che si trovino nell'ambiente di lavoro, indipendentemente dall'esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell'impresa. 

Con riferimento alle posizioni di garanzia dei ricorrenti, incensurabile è stato considerato il ragionamento deigiudici del merito, che avevano attribuito la responsabilità ad entrambi gli imputati, poiché gestori del rischio poi concretizzatosi: il Datore di Lavoro, in relazione l'assenza di qualsiasi previsione astratta sulla modalità delle operazioni di scarico merci in sicurezza, l’operatore del carrello elevatore per non avere osservato alcuna cautela nella manovra; peraltro, entrambi erano consapevoli della frequentazione assidua dell'esercizio commerciale da parte della vittima e della possibile interferenza di tale manovra con soggetti terzi, dovendosi operare in uno spazio esterno all'esercizio medesimo.

Infine, secondo la Cassazione, la sentenza impugnata è apparsa esente da errori di diritto, laddove aveva escluso la natura abnorme della condotta posta in essere dalla vittima, pur ritenuta imprudente, attesa l'assenza di qualsiasi prescrizione da parte degli imputati, funzionale ad evitare il pericolo di eventi quale quello verificatosi.

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La Corte di Cassazione ha così ritenuto i ricorsi inammissibili e condannato i ricorrenti.

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Cass. Pen., sez. VI, 18.1.2022 n.2125: indebita percezione di erogazione ai danni dello Stato (316-ter c.p.)

Questo mese si prende in esame la sentenza (Cass. Pen., sez. VI, 18.1.2022 (udienza 24.11.2021), n.2125), con cui la Suprema Corte di Cassazione affronta il tema dell'indebita percezione di erogazione ai danni dello Stato, delitto di cui all’art. 316-ter c.p.

Il fatto

Il fatto riguarda un professionista che, contestualmente all'emergenza sanitaria, chiedeva un finanziamento garantito dallo Stato, avvalendosi del Fondo Garanzia per le PMI, come previsto dal Decreto Liquidità, dichiarando un reddito per l’anno 2018 pari a € 109.000.

Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva, tuttavia, come l'imprenditore avesse percepito per il 2018 redditi per €22.000. Premesso che l’importo finanziabile era pari al 25% del reddito (e comunque non superiore a €25.000), con la falsa dichiarazione del reddito per l’anno 2018, il professionista aveva indebitamente ottenuto una somma maggiore a quella consentita.

Dopo l'iniziale contestazione di truffa aggravata ex art. 640-bis c.p., il GIP riqualificava l'illecito nel delitto di in indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art.316-ter cp), riqualificazione che veniva poi confermata dalla Suprema Corte di Cassazione.

La decisione

Ad avviso del Giudice di legittimità, "il discrimine tra la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e l'indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato, è l'induzione in errore: "lo schema contrattuale, come regolato dal c.d. decreto liquidità, fa sì che la mendace dichiarazione sul fatto che l'attività era stata danneggiata dall'emergenza epidemiologica e sui requisiti dimensionali dell'attività anche attraverso la produzione di falsa dichiarazione dei redditi, non costituisca raggiro integrante una truffa con l'inganno del solo finanziatore, dato che quest'ultimo non era tenuto a svolgere un accertamento sulla veridicità del contenuto delle autocertificazioni, e non può quindi essere ritenuto indotto in errore rispetto ad un accertamento delle condizioni richieste per l'accesso alla garanzia dello Stato che è demandato ad una fase successiva alla erogazione".

Poiché sia la truffa aggravata di cui al 640 bis c.p., che l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316 ter c.p. sono reati presupposto sanzionati dal D.lgs 231/01, la fattispecie in esame merita un’attenta valutazione.

Infatti, la richiesta di erogazione agevolata è fatta per un interesse e vantaggio dell'ente e, quindi, a quest'ultimo dovrebbe essere contestata la corrispondente fattispecie prevista dall’art. 24 D.lgs 231/01, che di seguito si riporta:

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Art. 24. D.Lgs. 231/01
Indebita percezione di erogazioni, truffa in danno dello Stato, di un ente pubblico o dell'Unione europea o per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico e frode nelle pubbliche forniture

  1. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 316-bis, 316-ter, 356, 640, comma 2, n. 1, 640-bis e 640-ter se commesso in danno dello Stato o di altro ente pubblico o dell'Unione europea, del codice penale, si applica all'ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote.
  2. Se, in seguito alla commissione dei delitti di cui al comma 1, l'ente ha conseguito un profitto di rilevante entità o è derivato un danno di particolare gravità; si applica la sanzione pecuniaria da duecento a seicento quote.

2-bis. Si applicano all'ente le sanzioni previste ai commi precedenti in relazione alla commissione del delitto di cui all'articolo 2 della legge 23 dicembre 1986, n. 898.

  1. Nei casi previsti dai commi precedenti, si applicano le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, lettere c), d) ed e) (X).

(X) [Ovvero: c) il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; d) l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi; e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi].

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D.L. 21 ottobre 2021, n.146: novità in relazione alla figura del preposto e del datore di lavoro

Questo mese si analizza il contenuto del Decreto Legge 21 ottobre 2021, n.146, recante “misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili” (convertito con Legge del 17 dicembre 2021 n. 215), con il quale vengono introdotte importanti novità che interessano il D.lgs.n. 81/2008.

In linea generale, il provvedimento normativo prevede una revisione del D. Lgs. 81/2008, introducendo una serie di misure che incentivano l’attività di vigilanza e di prevenzione, estendendo all’Ispettorato Nazionale del Lavoro le funzioni di vigilanza su tutta la materia della salute e sicurezza, fino ad oggi riservata alla competenza quasi esclusiva delle ASL.

Di seguito le principali novità.

  • Ampliamento dei poteri dell’Ispettorato

Viene completamente riscritto l’art. 14 del D. lgs 81/2008, che amplia i poteri dell’Ispettorato del Lavoro circa la sospensione dell’attività lavorativa.

  • Formazione dei datori di lavoro

Con le modifiche ai commi 2 e 7 dell’art 37 D. lgs 81/2008, viene introdotto l’obbligo di formazione adeguata e specifica in capo ai datori di lavoro (già prevista per i dirigenti e i preposti) con previsione di aggiornamento periodico, in funzione del lavoro e dei compiti svolti, in materia di salute e sicurezza, così come stabilito nell’Accordo adottato in Conferenza Stato-Regioni.

Inoltre, la modifica all’art. 37, comma 2 del D.lgs. 81/2008 prevede entro il 30 giugno 2022 un accordo, da parte della conferenza permanente Stato Regioni e province autonome di Trento e Bolzano, che andrà ad individuare durata, contenuti minimi e modalità della formazione obbligatoria a carico del datore di lavoro, oltreché la specificazione delle modalità della verifica finale di apprendimento obbligatoria per i discenti di tutti i percorsi formativi e di aggiornamento obbligatori e delle verifiche di efficacia della formazione durante lo svolgimento della prestazione lavorativa.

  • Addestramento dei lavoratori

Le novità introdotte dalla riforma interessano anche il comma 5 dell’articolo 37 del D.lgs. 81/08, in tema di addestramento, al quale sono aggiunti i seguenti periodi: “L’addestramento consiste nella prova pratica, per l’uso corretto e in sicurezza di attrezzature, macchine, impianti, sostanze, dispositivi, anche di protezione individuale; l’addestramento consiste, inoltre, nell’esercitazione applicata, per le procedure di lavoro in sicurezza. Gli interventi di addestramento effettuati devono essere tracciati in apposito registro anche informatizzato”.

  • Formazione del preposto

Sempre a proposito di formazione, un’altra novità riguarda l’inserimento del comma 7-ter all’art. 37 D. lgs 81/2008, prevedendo che per assicurare l’adeguatezza e la specificità della formazione nonché l’aggiornamento periodico dei preposti, le attività formative debbano essere svolte interamente con modalità in presenza e debbano essere ripetute con cadenza almeno biennale e comunque ogni qualvolta sia reso necessario in ragione dell’evoluzione dei rischi o all’insorgenza di nuovi rischi.

  • Il preposto e la funzione di vigilanza

Per quanto riguarda la figura del Preposto, la prima modifica riguarda l’articolo 18 (Obblighi del datore di lavoro e del dirigente). In particolare, al comma 1 viene aggiunto un nuovo punto b-bis, ai sensi del quale il datore di lavoro e dirigenti devono “individuare il preposto o i preposti  per l’effettuazione delle attività di vigilanza di cui all’articolo 19. I contratti e gli accordi collettivi di lavoro possono stabilire l’emolumento spettante al preposto per lo svolgimento delle attività di cui al precedente periodo. Il preposto non può subire pregiudizio alcuno a causa dello svolgimento della propria attività”.

A ciò si aggiungono le modifiche all’art. 19, modifiche che comportano il rafforzamento della figura del preposto.

In particolare, viene integrato il comma 1, lettera a) dell’art. 19, ai sensi del quale:

in caso di rilevazione di non conformità comportamentali in ordine alle disposizioni e istruzioni impartite dal datore di lavoro e dirigenti ai fini della protezione collettiva e individuale, intervenire per modificare il comportamento non conforme fornendo le necessarie indicazioni di sicurezza. In caso di mancata attuazione delle disposizioni impartite o di persistenza della inosservanza, interrompere l'attività del lavoratore e informare i superiori diretti.”

Tale obbligo di attivazione viene ulteriormente rimarcato con l’introduzione all’art. 19 del comma f bis), secondo cui:

in caso di rilevazione di deficienze dei mezzi e delle attrezzature di lavoro e di ogni condizione di pericolo rilevata durante la vigilanza, se necessario, interrompere temporaneamente l'attività e, comunque, segnalare tempestivamente al datore di lavoro e al dirigente le non conformità rilevate;”

Si evidenzia, infine, che tali norme assumono rilievo anche con riferimento all’introduzione del “nuovo” comma 8 bis all’interno dell’art. 26 D. lgs 81/2008, in tema di obblighi connessi ai contratti di appalto o di somministrazione, secondo cui:

8-bis. Nell'ambito dello svolgimento di attività in regime di appalto o subappalto, i datori di lavoro appaltatori e subappaltatori devono indicare espressamente al datore di lavoro committente il personale che svolge la funzione di preposto”.

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In conclusione, questa riforma recepisce gli orientamenti della dottrina. Con le modifiche agli artt. 18, 19 e 26 D.lgs. 81/08, si introduce un netto potenziamento della figura del preposto, ruolo sempre più importante della organizzazione aziendale della sicurezza.